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Le rubriche di Catanzaro Informa - Riflessioni allo specchio

Spicchi di sempiterno splendore parlano all’oggi con la potenza di una favola sospesa sull’altalena del tempo     

Immergersi nella bellezza di ieri non è una vacua "operazione nostalgia" ma un’incisiva pratica rivoluzionaria

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 Spedire una cartolina equivale a stampare nella memoria di un amico o di un amore la ragione stessa di un viaggio.

Allontanarsi per legarsi un po’di più a quello che si è lasciato partendo o che la mente, pur restando ha trascurato.

Spedire una cartolina è quasi come lasciare traccia di un cammino che scalando montagne o accarezzando pianure, scende a patti con un’epoca densa di glorie, carica di affanni ma sempre e comunque aperta al fato.

Spedire una cartolina vuol dire riempire le tasche di lancette, rubarle alle ore vuote per farne esche del ricordo e del domani.

Ammantare una distesa di giorni con la preziosa calce dei fotogrammi è un impegno rinfrancante per gli occhi e per l’anima.

Con la sensibilità del collezionista, Salvatore Rubino custodisce i frammenti di un universo impolverato eppure mai vecchio che ha saputo disvelare tra immagini e parole d’incanto, storia e leggenda.

Con la cura dell’artigiano, da anni ne assembla il candore per illuminare le lune nuove dell’incedere quotidiano.

Con la generosità di un uomo che ama il proprio nido, li sparge nel vento della sua urbe.

Perché Catanzaro ha bisogno di essere spogliata, sposata, spostata, sfogliata.

Così, pagina dopo pagina, un calendario diviene almanacco esistenziale, promemoria civile.

Immergersi nella bellezza di ieri non è una vacua “operazione nostalgia” ma un’incisiva pratica rivoluzionaria.

Avere ogni giorno a portata di sguardo pezzi di realtà per quanto vintage (come li battezza l’eco di una corrente spasmodicamente proiettata verso il dopo), sorregge la marcia ancorata ad un presente che non potrà trasformarsi in un solido futuro, se non saprà indagare luci ed ombre di ieri.

In fondo, non si tratta semplicemente di crogiolarsi in sfumati fasti e fermenti, rimpiangendone il bagliore ma di bagnare le ciglia con gocce di fragranze non troppo lontane, il cui odore è stato sopraffatto dal puzzo del cemento che ha murato percorsi, soffocato afflati e saldato amarezze.

La selvaggia irruenza dei fiori però, si sa, finisce con l’impreziosire persino il ciglio della strada.

Allora perché non immaginare che fogli carichi di vicoli, viuzze, piazze affollate, visi avvolti dalla fame di vita in stagioni dorate, tappezzino non solo pareti e armadi delle case ma lastrichino sentieri di coscienza univoca?

Mai come adesso, in un giardino ghiacciato dalle intemperie umane e disumane, la primavera dell’essere e della città, può trovare asilo.

Mai come in questa Atlantide frammentata di vissuto, si può provare a scandire il fluire dei giorni attingendo a scampoli di autenticità, che nel tacito patto con la fotografia non ammette scadenza.

Ogni sollecitazione del calendario che Salvatore Rubino affida al cuore del capoluogo e che ad esso appartiene è una romantica scintilla di insistenza.

Un baluardo della resistenza illuminata, nell’ osservarne con acutezza il destino atavico e il potenziale contemporaneo.

Una coperta per ripararsi dalle correnti avverse e controverse che stringono Catanzaro nel gelo dell’immobilità, del sotterraneo fermento, del raro, duraturo e fattivo costrutto, cullandolo con nenie di asettico tormento.

È un anticorpo culturale alla disillusione di abitare un tessuto arido o saturo;

all’abitudine a farne arena di elezioni e non terra d’elezione.

Quella in cui si nasce ma che poi si sceglie di amare con coscienza e per conoscenza profonda.

Quella in cui per scelta si arriva o dalla quale per decisione e non per costrizione si dovrebbe partire.

Quella in cui casualmente si attracca e causalmente si resta.

Perché c’è sempre un caso che diventa causa, a Catanzaro.

Un caos che muta in corso.

Una corsa che si sfilaccia per divenire casa.

È di quella dimora che con tinte rugose e perciò scavate nell’ eterno, Salvatore Rubino estrae dal cassetto del suo abbecedario, amarcord muti eppure depositari dell’essenza, dell’essenziale.

Come un esperto prestigiatore che ammalia bambini mai troppo adulti per credere alla magia, snocciola trame di un passato che non può e non deve passare.

Non tramonta e rimane lì, a cristallizzare la certezza che tra le pieghe di un diario fotografico lungo un anno, ciascuno troverà quel dettaglio su cui far riposare e lievitare il pensiero, plasmando una piccola necessaria azione.

Ed allora una cartolina scivolerà tra le mani di un destinatario, consapevole quasi quanto il mittente, che alla cronica ma fittizia apatia delle calende greche, sarebbe meglio non cedere mai e che invece, delle calende romane dovremmo essere degni figli.

Respirare mese dopo mese l’eredità che il buon giostraio di un antico carosello, annualmente ci consegna, contribuisce forse con delicata originalità a renderci cittadini vivi.

Abitanti e non residenti di un cosmo in cui fare umilmente ma con tenacia la differenza.

Per Catanzaro, con Catanzaro, a Catanzaro che della globalità in cui siamo immersi è un minuscolo ma irrinunciabile ingranaggio.

Da ammirare per proteggere.

Da difendere dagli incastri.

Da far roteare sul filo della rinascita, alla quale ogni giorno uno scatto consunto ma mai stanco darà nuova linfa.

Roberta Cricelli

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