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I rischi del Covid sui più piccoli affetti da reumatologia pediatrica, il parere della dottoressa Cirillo

Le tante domande dei genitori in questi giorni, proviamo a dare delle risposte

In questi mesi in cui la pandemia da COVID-19 divampa in tutto il mondo, abbiamo voluto raccogliere un parere relativamente ai rischi per i pazienti reumatologici, in special modo per quelli pediatrici. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Maria Cirillo, Responsabile dell’UO  di Reumatologia Pediatrica dell’UOC di Pediatria dell’Ospedale “A. Pugliese” di Catanzaro.

“Sappiamo che il paziente reumatologico in genere e quello pediatrico in particolare è portatore di una patologia di per sé impegnativa e deve sottoporsi a terapie altrettanto articolate. In questi tempi nei reparti pediatrici, specie nelle aree più interessate dalla pandemia, si è assistito, ad esempio, a un aumento dell’incidenza di alcune patologie tipiche dell’età pediatrica, come la Malattia di Kawasaki e in alcuni di questi bambini si sono riscontrati tamponi o sierologia positiva per il COVID-19.

La Malattia di Kawasaki- ci dice la dottoressa Cirillo- è una infiammazione dei vasi sanguigni, una vasculite febbrile, che colpisce le arterie coronariche, portando a un danno ischemico del cuore; in genere si autolimita, ma talora richiede trattamenti più aggressivi, con somministrazione di immunoglobuline, Aspirina, e non è scevra da conseguenze successive con la formazione di dilatazioni circoscritte delle arterie coronariche colpite, i cosiddetti microaneurismi coronarici, e cardiopatie. Se la patologia sia legata in qualche modo al corona-virus non è chiaro, anche se alcuni anni addietro qualche studioso l’aveva correlata al corona-virus; ciò che è aumentata, in questi tempi, è la presentazione atipica di tale patologia con un viraggio verso una seria complicanza, comune in vero a molte malattie reumatologiche, la cosiddetta “Sindrome da attivazione macrofagica” che può portare anche a morte e richiede ricovero in terapia intensiva.

Ciò che contraddistingue la malattia correlata all’infezione da coronavirus, la cosiddetta COVID-19, prosegue la dottoressa Cirillo, è una reazione infiammatoria violenta che colpisce più organi e apparati mediata da sostanze note come citochine, una vera e propria tempesta che ha come organi bersaglio il cuore e i polmoni. I mediatori di tali reazioni sono le interleuchine (in particolare la IL-6) responsabili delle devastanti azioni sistemiche del virus. Fortunatamente l’età pediatrica è meno interessata dal COVID-19; c’è da aggiungere che i trattamenti cui questi pazienti si sottopongono, in particolare i cosiddetti D-MARDs (la idrossiclorochina!) e i farmaci biologici, come il Tocilizumab, possono avere un effetto protettivo sulla tempesta infiammatoria scatenata dalle citochine. Analogamente non vanno interrotte le terapie cortisoniche. Questi dati, assieme alla nozione che una malattia reumatologica non curata adeguatamente può rappresentare un fattore di rischio addizionale, deve imporci di raccomandare ai nostri pazienti, a qualsiasi età, di non interrompere le terapie in corso.

In questi giorni, prosegue la dottoressa Cirillo, molti genitori mi hanno chiesto se l’ibuprofene, un antiinfiammatorio non steroideo molto usato nelle terapie reumatologiche per tenere sotto controllo febbre e dolore, possa aumentare il rischio di contrarre la COVID-19; anche se in teoria il farmaco aumenterebbe  la disponibilità dei recettori delle cellule dell’organismo per legare il virus, il dato va preso con molta cautela perché non esistono evidenze chiare in tal senso, mentre invece, rispondendo sempre a tanti che me lo chiedono, conclude la dottoressa Cirillo, confermerei il generico ruolo di difesa anti-infettiva svolto dai supplementi di vitamina D nei soggetti carenti.