Contagi Covid, I Quartieri e Codacons: scongiurare gerontocidio

"La Dea Fortuna ha abbondanato la Calabria ora si tutelino soprattutto le Rsa"

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La Dea fortuna – si legge in una nota dell’associazione I Quartieri e Codacons- ha abbandonato la Calabria. Era stata l’unica difesa nella prima fase della pandemia del Covid-19, la fortuna, tanto che aveva impedito il dilagare del virus, in presenza di un sistema sanitario colpevolmente non pronto. La fortuna non ci assiste più e la sanità calabrese, da sempre terra di ruberie e di posizioni consolidate degli amici protetti, dimostra la sua incapacità storica e criminale.

I dati del contagio del Covid sono ormai allarmanti in termini numerici ed in termini di capacità di affrontarli sul piano sanitario, sono trascorsi i mesi inutilmente ed il rischio, che si doveva calcolare, è stato banalizzato sotto l’ottica della dieta: in Calabria si rischiava solo di ingrassare…

Oggi i nodi ritornano al pettine ed il sistema sanitario calabrese rischia il tilt, lo affermano i direttori dei reparti di Malattie Infettive che gridano l’allarme, mentre il potenziamento delle terapie intensive previste dal decreto Rilancio ci consegna un dato inesistente, l’aumento di 6 unità, però abbiamo i respiratori imballati, senza il personale visto che da soli servono a poco.

Le responsabilità sono diffuse, ma oggi non è tempo di ricercarle, ci sarà tempo e modo passata la crisi. Sono le stesse responsabilità che in presenza di focolai diffusi a macchia di leopardo sul territorio calabrese, ci riportano dati preoccupanti, perché si tratta in sostanza di un geronticidio, nelle RSA e nelle strutture protette del territorio. E’ questo un delitto anche morale, perché quelle categorie fragili, che bisognava proteggere sono di nuovo esposte, senza nessuna protezione al virus. Queste strutture rischiano di rivelarsi come dei cimiteri a cielo aperto, è l’unico orizzonte di libertà, considerata la reclusione imposta agli anziani, quella che non è mai una protezione, bensì l’ammissione di un incapacità dai profili penali, di chi dovrebbe tutelarli.

Questa forma di reclusione, nelle prigioni “non” dorate delle RSA è un reato che dovrebbe imporre alle procure calabresi di indagare, soprattutto per la mancata adozione delle procedure previste dalle ordinanze regionali, nello specifico la n. 20 del 27 marzo 2020 che disponeva: “che siano sottoposti al test per la ricerca di Covid-19/SARS-Cov-2: a) tutti gli operatori sanitari, delle strutture pubbliche e delle strutture residenziali (RSA, RSM, Case protette, Case di riposo, etc…), private e private/accreditate, soggetti ad esposizione; b) i pazienti ospedalizzati e tutti gli ospiti delle strutture residenziali (RSA, RSM, Case protette, Case di riposo, etc…) che hanno segni e sintomi compatibili con Covid-19, con particolare riferimento agli individui sintomatici e dagli individui con patologie croniche e/o uno stato immunocompromesso (ad es. Diabete, malattie cardiache, assunzione di farmaci immunosoppressori, malattia cronica, malattia renale cronica) che possano porre tali soggetti a rischio più elevato di esiti sfavorevoli”.

Il risultato ad oggi è nullo, perché il tracciamento se è avvenuto è stato parziale, su tanti troppi pazienti non sono stati attivati i controlli per la ricerca del virus, mentre il personale che comunque ha una vita sociale, non è stato tracciato con regolarità al fine di impedire la diffusione nelle strutture che si definiscono protette. C’è una violazione palese delle disposizioni, che prevedevano la revoca degli accreditamenti, ma nessuno ne parla, nessuno attiva i controlli e le Asp territoriali che hanno la delega al controllo, come sempre per un diffuso sistema di complicità, si dimenticano di svolgere il loro compito.

Di chi sono le responsabilità se oggi, in questi giorni siamo costretti a leggere nuovamente la presenza di contagi nelle RSA? Come è entrato nuovamente il virus nelle strutture, se queste sono inibite all’ingresso dei parenti, salvo che non si tratti di comprovato motivo d’urgenza: in caso di fine vita (sic!).

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