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Riccio: “La vicenda Sant’Anna insegna che sulla sanità non servono più alchimie. Stop alla migrazione dei malati ma anche a quella delle menti”

Il consigliere comunale invita ad avere una visione prospettica utile all'intera comunità

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di Eugenio Riccio*

La questione sanità non può essere più affrontata per emergenze. Il Covid ce lo avrebbe dovuto insegnare. Ci siamo trovati impreparati e ancor di più siamo stati più lenti del contagio nel fronteggiare la situazione. E’ chiaro che i limiti contro i quali ci siamo scontrati derivano dalla regionalizzazione della sanità, 21 sistemi diversi in Italia. La regionalizzazione ha creato disparità di un diritto costituzionalmente garantito come al salute.
Ma andiamo all’oggi e al problema di cui dibattiamo. Fare proclami non serve, così come non serve strumentalizzare e cavalcare il malumore e la disperazione dei professionisti del Sant’Anna, non serve alla loro causa e non serve alla città che certamente perderebbe un’eccellenza.

Serve obiettività e senso di responsabilità. Lo stesso che mi spinge a non tirare in ballo una vicenda giudiziaria che è ancora in una fase preliminare, per la quale però mi auguro che ci sia un evolversi rapido per definire chi sta entro certi confini e chi ne è fuori e quindi non può e non deve pagare conseguenze per i presunti errori di altri.

Ma l’obiettività mi porta a riflettere anche sul fatto che è il momento della mediazione e dei passi indietro ragionati da parte delle individiualità a favore della collettività.

C’è stato un tempo in cui le vacche grasse erano grasse per tutti. Sanità pubblica e privata. E’ stato  un tempo sciagurato che ha generato sprechi che sono sotto gli occhi di tutti. Primariati duplicati, baronati assegnati, ospedali iniziati e mai finiti. 

Solo l’arroganza poteva fare in modo che nessuno abbia messo in preventivo che un giorno il conto di queste cose sarebbe arrivato e salato.

La mangiatoia è stata bassa e ricca per tutti, al punto che ci si è potuti permettere di buttare via risorse, umane ed economiche.

Alla migrazione dei malati si è unita quelle delle eccellenze umane che oggi rendono ricche le altre Regioni nel campo della sanità e contestualmente la Calabria e Catanzaro sono diventate terra di conquista da parte di “potentati sanitari” di altre regioni. E i calabresi cosa hanno fatto? quelli più scaltri e con maggiori disponibilità economiche e di rapporti, hanno avallato giochi di poteri, spesso politici, sulla sanità. Hanno costruito scalate personali preparando comode ascensori per i loro adepti

Qui non si tratta di fare del campanilismo, si tratta di dirci le cose come stanno , se vogliamo risolver e in maniera definitiva i problemi.

Perchè ieri è stata fondazione Campanella, oggi è Sant’Anna domani non sappiamo cosa potrebbe essere. Non dimentichiamoci che in queste strane alchimie Catanzaro ancora non ha un nuovo ospedale, il Pugliese non viene potenziato, e il policlinico agisce come se fosse una regno a parte con le sue regole

E allora sì, è il momento di capire che il collo dell’imbuto è stretto, che è un momento di difficoltà generale e questa volta chi resiste non è il più furbo o il più scaltro, ma chi saprà farsi formica piuttosto che cicala.

Ecco perchè io penso che, se da un lato apprezziamo la disponibilità del Professore Mastroroberto nel dirsi disposto a potenziare il numero degli interventi di cardiochirurgia, dall’altro capiamo la posizione del commissario Giuliano che vuole evitare che la cardiochirurgia del Policlinico diventi l’ennesimo carrozzone che graverà sulle spalle dei calabresi che intanto però dovranno farsi curare in altre Regioni.

Di contro siamo certi che il Sant’Anna come capitale umano non può andar perso.

E’ dunque ora di sedersi attorno ad un tavolo, rinunciando tutti a qualcosa per costruire una sanità nuova partendo proprio dalla caradiochirurgia, un sistema misto pubblico privato, dove nessuno abbia troppo e qualcuno resti senza e dove il paziente catanzarese e calabrese sia il vero interesse che muove le parti in  causa.

Non è più tempo di individualismi, ma solo di collettività. 

In una scena di un film molto popolare uno spregiudicato uomo di affari comprava aziende, le spezzettava e le rivendeva per personale lucro. Quando un giorno si trovò davanti un vecchio armatore con molta tradizione e atrettanto knowhow, che gli raccontò delle famiglie dei suoi dipendenti, la sua convinzione iniziò a vacillare. Entrò nella stanza convinto di comprare l’azienda, spezzettarla e rivenderla sul mercato, uscì da quella stanza strappando quel contratto e dicendo “Ora costruiremo navi insieme”.

Era solo un film? e’ una visione romantica della vita? può essere. ma i risultati fino ad ora sono stati disastrosi, magari cambiare prospettiva e metodo potrebbe aiutare tutti.

*Consigliere comunale

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