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Intervista a Carlo Torti, direttore di Malattie Infettive del Policlinico di Catanzaro: ‘Siamo in ritardo sull’uso degli anticorpi monoclonali’

A cosa servono, i provati benefici sui malati, i numeri. Ma perché qui ancora il meccanismo si inceppa?  

E’ una importante e nuova cura al Covid 19 quella degli anticorpi monoclonali, rivolta ai pazienti la cui insorgenza dei sintomi non ha superato i dieci giorni.

Gli anticorpi monoclonali bloccano infatti la progressione dell’infezione con grandi benefici quindi sia sul paziente che sulla collettività, riducendo ricoveri e pressione sugli ospedali. Ma siamo ‘lenti’. Bisogna farne di più.

E’ quanto viene fuori dall’intervista al professor Carlo Torti, direttore dell’unità operativa di Malattie Infettive dell’azienda ospedaliera Mater Domini di Catanzaro.

Professor Torti, a cosa serve la terapia di anticorpi monoclonali e quali sono i vantaggi?

Le terapie con anticorpi monoclonali sono in grado di arrestare l’evoluzione dell’infezione verso stadi di malattie più gravi nel senso che, negli studi condotti, il 7 per cento dei pazienti non trattati con questi anticorpi progrediscono fino a richiedere poi una visita in ospedale o un ricovero mentre invece se vengono trattati con gli anticorpi monoclonali la percentuale di rischio progressione scende all’1 per cento.

Se poi si va a considerare il paziente che ha una carica virale nel tampone più alta questo beneficio è anche maggiore perché in questi casi è del 12 per cento la percentuale dei pazienti che vanno a essere ricoverati mentre facendo la terapia con anticorpi si parla di meno dell’1 per cento.

Quindi soprattutto nei pazienti più predisposti alla progressione dell’infezione gli anticorpi bloccando il virus e arrestano la progressione della malattia.

Il ministero ha dato una approvazione accelerata a questi farmaci, che vengono quindi assicurati dal ministero della Salute su tutta Italia.

Quanti ne stiamo somministrando qui?

Purtroppo pochissimi. Infatti mentre in altre regioni sono partiti in modo più aggressivo, per esempio una mia allieva che adesso lavora a Padova mi ha detto che in poco tempo li hanno prescritti in un unico centro a 120 persone, con buonissimi risultati, invece da noi purtroppo c’è una certa lentezza nella prescrizione di questi anticorpi.

Si rischia da un lato che avanziamo i farmaci che tra l’altro sono costosi sia soprattutto che il ministero non li dia più a noi a vantaggio di regioni più ‘virtuose’ negando qui questa importantissima opportunità di cura.

Qual è l’iter per lo smistamento delle terapie pervenute dal ministero?

I medici di base e dell’Usca devono individuare i pazienti ‘eleggibili’ a questa terapia, ovvero che abbiano insorgenza di sintomi da non più di dieci giorni e che abbiano fattori di rischio di progressione obesità, cardiopatie, pneumopatie, immunodeficienze.

Poi mandano la scheda ai vari ospedali ‘centri prescrittori’, noi valutiamo e diamo l’ok sulla terapia vengono allertati i medici dell’Usca che a sua volta allerta la Croce Rossa.

Il paziente arriva, fa il day hospital, l’infusione dura un’ora, poi c’è l’osservazione per un’altra ora ed  infine il paziente può tornare a casa.

Nella nostra esperienza è capitato per esempio in un caso di riconoscere durante l’infusione una fibrillazione atriale di cui la paziente non era a conoscenza, in un altro caso si è resa necessaria una radiografia, quindi questo terapia diviene in un certo senso anche una sorta di ceck up per fornire indicazioni a medici di base e Usca per altre terapie quando i pazienti vengono dimessi da noi.

Perché ci sono state poche prescrizioni di questa importante cura? Da cosa dipende?

Non ho una risposta sicurissima. Potrebbe dipendere dalla non conoscenza, dal fatto che non se ne stia parlando abbastanza quindi sia i medici di medicina generale sia i pazienti non conoscono questa possibilità.

E’ poi anche vero che l’Asp di Catanzaro ha deciso, prudentemente, di affidare il trasporto nella massima tutela rischio infezione per altre persone alla Croce Rossa, ma questo forse rende il meccanismo un po’ più farraginoso perché la Croce Rossa a livello numerico non ha tutta questa possibilità di andare avanti e indietro nel trasporto su altissimi numeri, quindi la sensazione è che  faccia un po’ fatica. E quindi per tutti questi motivi di pazienti noi ne riceviamo pochi.

E il problema è cruciale perché questa terapia è efficace se viene iniziata nei primi dieci giorni dall’insorgenza dei sintomi, a differenza del cortisone che per precise ragioni cliniche si dovrebbe dare successivamente e non prima.

Gli anticorpi monoclonali si devono dare il prima possibile quindi se passa tempo i pazienti perdono definitivamente questa possibilità ed è un peccato.
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Qual è il percorso individuato dall’Asp di Catanzaro?

Noi siamo organizzati così, il Pugliese Ciaccio procede per le infusioni sui pazienti di Catanzaro noi su quelli dai distretti di Soverato e Lamezia.

Il Pugliese Ciaccio, al reparto di Medicina Covid offre possibilità per due trattamenti giornalieri noi (per ragioni di spazio) possiamo farne anche 12 al giorno, ma su questo c’è un’osmosi, una forte collaborazione tra noi e Pugliese.

Il problema è che si sta andando a rilento. Per ora noi abbiamo fatto infusione di monoclonali su sette pazienti.

C’è anche il sospetto che qualche paziente sia contrario a queste terapie come sappiamo a volte accade per i vaccini, trasferendo questo spavento sulla possibile soluzione del problema.

E’ un fatto che avviene in diverse malattie. Pazienti che non se la sentivano di prendere la pastiglia perché quella pillola evocava loro la malattia. E’ un tranfert psicologico.

E’ una cosa che può succedere. Tutti questi motivi fanno si che rischiamo di non ricevere questi farmaci che diversamente doneremo ad altre regioni e questo non va bene

Quante dosi abbiamo per il momento?

Sono stare date circa 35 – 40 dosi per ogni centro prescrittore. Quando li finiamo loro ci approviggionano di ulteriori dosi, se non li usiamo li danno alle regioni che le usano. E’ quindi più importante che mai è velocizzare.