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Una mattina di ordinario logorio al Pronto soccorso del Pugliese: il provvidenziale intervento di una caposala

La confusione, la tensione, l'importanza di trovare la persona competente giusta al momento giusto

Era il lunedì mattina della settimana che è appena finita. Sono arrivata al pronto soccorso del nostro ospedale, il Pugliese, perché afflitta per tutta la notte da un forte dolore al braccio destro, che partiva dal punto in cui qualche giorno prima era stata inserita la cannula per una coronarografia. Mi era stata riscontrata una trombosi nei vasi per fortuna poi risolta con adeguata terapia all’Utic. Non si ritorna mai con animo sereno nel reparto dove arrivano continuamente urgenze da tutta la città e da tutta la provincia, con il loro carico di interrogativi, di dubbi, nei casi più gravi di angosce di chi sta soffrendo e dei suoi familiari. Quando ti ci trovi, poi, comprendi quanto sia importante, vitale, avere una sanità pubblica aperta a tutti, capace di rispondere con prontezza e in modo adeguato alle urgenze che arrivano il più delle volte senza preavviso, modificando abitudini, accelerando ritmi di vita quotidiana, coinvolgendo affetti cari e persone estranee.
Quel lunedì il pronto soccorso era, come succede spesso a inizio settimana, particolarmente frequentato. Direi affollato. Seduta ad aspettare il mio turno di visita, ho fatto una rapida conta di quanti avessimo bisogno di essere visti subito dal personale del reparto: una ventina di persone, ciascuna accompagnata da uno o più familiari e conoscenti, un repertorio molto vario di umanità sofferente. Nel tempo in cui sono rimasta nella sala d’accettazione, qualche ora, sono sopraggiunte quattro ambulanze, con il loro carico di lettiga e paziente, provocando quel misto di curiosità, compassione e anche intima, egoistica comprensione che quell’arrivo avrà sicuramente ripercussione sui tuoi tempi di attesa.

Ad affrontare quest’urto vociante e bisognevole, dietro al vetro una sanitaria addetta al triage che giovane, capelli chiari e dolcemente arricciati, fa quel che può a mostrarsi calma e competente nel chiedere e ricevere informazioni, annotare sul computer, assegnare codici, smistare. Ma è giornata poco adatta alla calma. Soprattutto da parte di una minoranza di utenti e dei loro famigliari che ritengono, a torto o a ragione, di dovere avere precedenza assoluta al di là dei codici di assegnazione, della competenza del personale, della lista d’attesa. Si parano davanti al vetro, bussano con le mani con insistenza, alzano la voce, qualcuno addirittura minaccia verbalmente e in modo, diciamo così, colorito. Deve essere scena abbastanza consueta in quella grande sala che è insieme d’aspetto e di passaggio: vi transitano infatti diversi altri medici e infermieri, chi in camice bianco chi nelle divise colorate secondo la specialità e le mansioni. Qualcuno alza lo sguardo verso il triage, chi scuote la testa, chi alza impercettibilmente le spalle, come chi assiste a cose già viste anche se disdicevoli. Intanto il trambusto davanti al triage aumenta e si autoalimenta, ciascuno dei protestatari aggiunge toni e particolari alzando il livello di tensione. L’infermiera, presumo sia tale, si intuisce essere in difficoltà. Da lontano posso solo chiedermi perché è da sola ad affrontare un compito difficile, cercare di arginare l’evidente risentimento di alcuni e contemporaneamente mantenere la necessaria lucidità in frangenti così delicati. La situazione dal punto di vista emotivo e ambientale sembra deteriorare.

E forse chissà, sarebbe successo, se alle spalle dell’addetta, dietro il vetro del triage, non fosse arrivata a dare manforte un’altra dipendente che ha subito preso in mano la situazione e ha fatto scendere dopo qualche minuto la temperatura che si stava alzando. Ho saputo poi trattarsi di una caposala, di cui non conosco il nome, voglio specificare: piccola, minuta ma decisa nel dare disposizioni, imprimere ritmo e dettare priorità, reattiva nel pretendere calma e rispetto del luogo al di là del vetro. Ma soprattutto rassicurante, protettiva, finanche materna verso la più giovane collega del triage: non ci giurerei perché ero a distanza, ma mi pare di avere finanche visto i suoi occhi luccicare di gratitudine verso la caposala, e di liberazione da tensione fino ad allora repressa.

Voglio rendere testimonianza di questo, per significare che talvolta la persona competente al posto giusto rende tutto, se non più facile, maggiormente accettabile da parte di tutti e pertanto più gestibile. Se dovessi ritornare in quel pronto soccorso posso dire che lo farei con migliore disposizione d’animo sapendo di poter contare sull’esperienza di quella caposala che ringrazio. Da parte mia, rassicuro, sono stata in ospedale otto ore, passando dal pronto soccorso ai vari reparti di consulenza, e infine dimessa. Certo, voglio dire che ancora una volta ho potuto constatare due cose risapute, ma ripetere giova: c’è bisogno di più personale nel nostro ospedale, non è possibile che un solo addetto affronti il flusso in entrata nel pronto soccorso; e, secondo, arrivano troppi pazienti, di cui molti, sia detto da profana quale sono ma con una certa esperienza di vita ormai, non hanno bisogno del reparto di emergenza. Hanno certo bisogno di assistenza e di cura, ma prima del pronto soccorso, reparto che dovrebbe essere riservato a chi realmente ne ha necessità e urgenza.

Anna Sabato – Catanzaro