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Integrazione aziende sanitarie, Puzzonia (Pd): la politica con la P maiuscola opti per scelte equilibrate

"Meno politica di provincia. Si pensi alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni"

Il rettore De Sarro – scrive l’esponente del Pd di Catanzaro Lino Puzzonia –  si è lasciato andare ad alcune considerazioni sull’Azienda ospedaliera Pugliese Ciaccio che, non fosse altro che per bon ton, avrebbe dovuto risparmiarsi e che, certamente non aiutano la tanto necessaria integrazione. Ne è seguita una generale sdegnata replica da parte dei medici del Pugliese-Ciaccio che non può che essere considerata sacrosanta.

A causa della mia anagrafe ho una certa memoria storica della vicenda e, chi vorrà, potrà seguirmi in una ricostruzione che ho l’ambizione di considerare oggettiva

A cavallo tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso L’ospedale Pugliese godeva di un grande prestigio professionale e i giovani che avevano da qualche anno cominciato a lavorarvi erano orgogliosi di farlo e avevano sviluppato un forte senso di appartenenza. Il prestigio si fondava non solo sulle elevate capacità professionali un po’ in tutti i settori ma anche in un clima “politico” di grande valenza progressiva e democratica.

Fu in questo clima che un folto gruppo di professionisti (di almeno tre o quattro generazioni diverse) concepì il progetto di una Facoltà di medicina a Catanzaro. Ricorderò per non incorrere in omissioni solo Antonio Alberti che di quel gruppo fu la punta di diamante sia per l’originalità dell’intuizione, sia per l’autorevolezza di cui godeva in quel gruppo sia infine per il ruolo istituzionale che ricopriva in quegli anni quale senatore della repubblica.

L’intuizione era stata quella di aver preso consapevolezza che la progressione culturale e professionale del mondo ospedaliero catanzarese aveva esaurito la propria “spinta propulsiva” autonoma e necessitava per un ulteriore salto di qualità, della creazione di una cinghia di trasmissione tra l’assistenza da una parte e la didattica e la ricerca dall’altra, quale poteva essere assicurato solo dalla creazione a Catanzaro di una Facoltà di medicina.

Non sembrava il tempo giusto perché proprio allora stavano maturando fortemente in Italia le convinzioni che porteranno negli anni successivi al numero programmato per l’accesso a Medicina e quindi l’istituzione di una nuova Facoltà destava molte perplessità sul fronte politico, specialmente a sinistra.

L’entusiasmo e gli argomenti di Alberti che ricordava anche la presenza di un particolare interesse che la nuova facoltà avrebbe potuto avere per certa patologia regionale e il ruolo che essa avrebbe potuto giocare come punto di riferimento per tutto il mediterraneo meridionale fecero sì che anche la sinistra (Giovanni Berlinguer allora responsabile della formazione sanitaria per il PCI) convenisse con altre spinte provenienti da settori diversi ( a Catanzaro era presente già da anni un Consorzio per la libera università) si giungesse alla nascita , con la legge 590/82, presso l’Università di Reggio Calabria di una facoltà di Medicina con sede a Catanzaro.

L’avvio della facoltà fu estremamente lento e mancò comunque clamorosamente quello che tanti nel mondo ospedaliero si aspettavano cioè un’immediata integrazione tra la nascente università e il mondo ospedaliero che l’aveva voluta tanto più che nell’immediato l’università non disponeva di propri locali per l’effettuazione delle attività assistenziali. Si cercò in quegli anni di addivenire ad una qualche istituzionalizzazione del rapporto tra le sue strutture che a tutt’oggi è, in buona sostanza, ancora mancante.

Le responsabilità vanno attribuite a un a certa riluttanza degli universitari a perdere l’assoluta autonomia organizzativa o comunque a vederla inevitabilmente condizionata dal più grande e articolato mondo degli ospedalieri. D’altra parte il mondo ospedaliero non era per nulla compatto nella posizione da tenere e all’atteggiamento di grande apertura del gruppo di cui abbiamo detto si contrapponeva un gruppo altrettanto autorevole di professionisti per nulla disposti alla collaborazione se non, forse, in cambio di contropartite accademiche. Di fatto l’integrazione non si fece e non si è fatta ancora.

Fra alti e bassi e con una collaborazione affidata a singole intese fra docenti e primari e con l’unica presenza al Pugliese del settore materno-infantile universitario e con la sistemazione delle altre cliniche universitarie in una struttura già clinica privata e quindi complessivamente con strutture assistenziali molto limitate, si giunge al 1998 con la nascita dell’Università autonoma Magra Graecia di Catanzaro.

Ne diviene subito Rettore Salvatore Venuta già Preside della facoltà di Medicina.

La figura è nodale perché Venuta trova le idee e le risorse per la nascita del campus universitario e del Policlinico (che è di proprietà universitaria) che oggi porta il suo nome- Struttura ampia e moderna sul piano didattico, significativa su quello della ricerca ma che tuttavia ancora oggi è utilizzata a molto meno della metà delle proprie potenzialità assistenziali.
Al policlinico c’è spazio per altri 310 posti letto e vi sono una unità coronarica e una rianimazione inutilizzate oltre alle due in funzione mentre ormai il Pugliese, i cui posti letto andrebbero drasticamente ridotti, è costretto a barcamenarsi in una situazione che difficile ogni giorno, diventa drammatica nell’emergenza come è accaduto nelle settimane dell’emergenza Covid

Non è irrilevante che le scelte del Rettore siano state del tutto autonome da un rapporto con le altre istituzioni cittadine: dalla scelta logistica lontana dalla città ma specialmente lontana dalle strutture ospedaliere di Catanzaro in perfetta coerenza con la sua convinzione (differente peraltro da quella della stragrande maggioranza delle altre università italiane) che l’integrazione non fosse possibile e che l’Università dovesse avere anche sul piano assistenziale delle UUOO dirette da universitari e con caratteristiche funzionali del tutto differenti da quelle tradizionali ospedaliere. Coerente con tale logica fu il protocollo stipulato nel 2004 tra Università e Regione che doveva sperimentalmente durare per quattro anni (fino all’apertura del Policlinico a Germaneto) e che di fatto è tuttora vigente.

Intanto era stata persa anche l’occasione della creazione delle Aziende ospedaliere e la Regione aveva sostanzialmente accettato il punto di vista del Rettore creando a Catanzaro due diverse Aziende ospedaliere una delle quali con numeri estremamente contenuti e sicuramente pochissimo efficienti in una logica assistenziale.

Non solo ma per un certo periodo fu creato, con grande sperpero del pubblico denaro, il mostro giuridico e organizzativo della Fondazione Campanella che, fortunatamente, è stata poi ” giustiziata” dalla magistratura.
Sono seguiti lunghi anni durante i quali le relazioni sono rimaste limitate al settore materno infantile, sempre ubicato al Pugliese, e a singole collaborazioni in qualche altro settore di fatto mai istituzionalizzate.

Negli ultimi anni nemmeno il Piano di Rientro, che ha sempre previsto l’obbligo di una integrazione tra le due strutture, è riuscito a smuovere le acque se non con un accordo di massima tra l’allora rettore Quattrone e il Commissario Scura. Accordo che, procedendo a spanne, prevedeva il 60% di strutture a direzione universitaria e il 40% a direzione ospedaliera.

L’Università e la Facoltà di Medicina sono importanti per Catanzaro e per la Calabria ma un accordo del genere è iniquo perché, sempre procedendo a spanne, nell’ultimo decennio oltre l’80% delle attività assistenziali della città di Catanzaro sono state svolte all’AOPC e meno del 20% al Policlinico e la perdita di occasioni professionali (che fanno parte dello svolgimento naturale della professione medica)sarebbe una penalizzazione troppo severa per i tanti che stanno “tirando la carretta” all’ospedale Pugliese e che, ormai ripetutamente, il sindaco Abramo criminalizza attribuendogli la responsabilità della mancata integrazione. C’è da ricordare infatti che le legittime aspirazioni del personale universitario possono essere assicurate sul piano della didattica e della ricerca e non necessariamente anche su quello assistenziale.
Da ultimo le inopportune dichiarazioni dell’attuale Rettore.

Tutto ciò si è svolto negli ultimi decenni in un quadro di assoluta incapacità della politica di creare un sistema per la sanità calabrese continuando a mantenere o a ridimensionare molto poco una assurda rete ospedaliera giunta fino a 41 presidi, desertificando il territorio. Il rilancio del territorio può avvenire solo con la creazione di un adeguato numero di Poli sanitari territoriali (almeno una settantina in tutta la regione) i quali utilizzando le strutture dei Poli distrettuali esistenti e dei tanti ospedali da riconvertire assicurando non solo l’assistenza primaria (magari mantenendo ed estendendo le UCCP) ma specialmente le attività specialistiche e diagnostiche, in molti casi anche con le macchine pesanti, e con una struttura informatica capace di garantire prenotazione e refertazione di ogni prestazione in maniera integrata. I costi, non particolarmente elevati peraltro, potrebbero essere garantiti dai fondi europei e finanche da uno spostamento di una parte dei fondi a suo tempo stanziati per l’ospedale di Catanzaro che, in una integrazione assennata con l’Università, potrebbero servire in misura minore. Fortunatamente questa proposta tanto spesso avanzata e mai raccolta sarà forse inverata adesso dalle disposizioni del PNRR che ha già costretto la giunta regionale a un frettoloso e un poco pasticciato documento da inviare d’urgenza all’Agenas per non perdere i finanziamenti.

Una struttura territoriale così capillarizzata e qualificata potrebbe consentire una drastica concentrazione dei posti letti in 11 poli ospedalieri (8 spoke e 3 Hub facenti capo all’Azienda ospedaliero-universitaria) altrettanto qualificati che garantiscano l’emergenza, la chirurgia e le alte specialità, ed in grado di contrastare l’emigrazione sanitaria.
Al contrario a Dicembre del 2021 vengono approvate due leggi regionali senza alcun confronto né di carattere legislativo con l’opposizione né con le forze sociali con le quali si scopiazza parzialmente qualche cosa da altre regioni sull’unificazione di alcuni servizi burocratico-amministrativi ma anche di sanità territoriale e di programmazione e con l’altra si ripropone “per legge” l’obbligo del raggiungimento di un accordo tra due parti che probabilmente non sarà mai raggiunto serenamente e che comporterà l’invio di un nuovo commissario ad acta governativo. Probabilmente basterebbe che l’attuale commissario/presidente assumesse un ruolo da protagonista consapevole ed equilibrato.

Continuano d’altra parte a circolare ipotesi estemporanee e addirittura disegni di legge che prevedono per il territorio, in maniera riduttiva, solo la razionalizzazione dell’assistenza primaria, prevedendo la creazione di tre aziende ospedaliere provinciali a Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria che salvano di fatto tutte le piccole strutture ospedaliere mantenendole come tali e assecondando le spinte campanilistiche purtroppo largamente esistenti e continuamente riaffioranti.

La politica, magari con la P maiuscola, allora cerchi con serenità di raggiungere scelte equilibrate e a rinunciare al ruolo di professionisti della politica di provincia che, anche in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, non riescono a pensare alle prossime generazioni ma solo alla prossime elezioni.