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L’ANALISI – ‘Quatansar- Catanzaro, il senso innato per il diritto’

La riflessione storica ma utile per leggere anche l'oggi del professor Domenico Bilotti, docente di Diritto e Religioni e Storia delle Religioni 


di Domenico Bilotti*

Tutte le città meridionali nascondono storie che la crisi presente o chissà quale di quelle (troppe) passate hanno fatto dimenticare e perdere di vista. Riappropriarsene un pezzo per volta non è solo un modo di riprendersi una storia piccola, locale, conclusa; è soprattutto il modo migliore di proiettarne le tracce fino a un futuro che ci si attende sempre migliore del presente.

Catanzaro non fa eccezione. E queste riflessioni vogliono, con gusto folkloristico e senza pretese di impostare conversazioni esclusivamente accademiche, spingere in quella direzione, affinché una città, quale sia, custodisca curiosità per le proprie radici, accuratezza per il proprio oggi e cura per il proprio domani. Possiamo affermare questo perché la storia e in particolar modo la storia economica del diritto e delle religioni ci fanno vedere circostanze in cui le domande sono state simili a quelle che ci poniamo adesso e, magari, le risposte pratiche sono state migliori di quelle che ci sentiamo dire ai giorni nostri. Suscita ad esempio grandi dibattiti il rapporto con le minoranze musulmane in Italia, come se si trattasse di un inedito degli ultimi tempi.

Catanzaro tuttavia è una di quelle città che hanno avuto un periodo di dominazione saracena, sostanzialmente ignorato nella dimensione collettiva e, in realtà, interessantissimo. Catanzaro, tra il IX e il XIII secolo, mantenne una mentalità giuridico-istituzionale di impronta prevalentemente bizantina: quella porzione di ellenismo che, mescolata al diritto cristiano che aveva recepito il diritto romano, era sopravvissuta di slancio alla fine politica di Atene, di Alessandria e di Roma. Era, perciò, città belligerante con qualunque tentativo di invasione.

L’insofferenza ai Saraceni prima e ai Normanni poi non impedì che si conservassero gli usi locali e, anzi, sarebbe interessante andare a rivedere come quelle consuetudini si innestarono nelle culture per breve tempo dominanti: cosa rimase davvero? Le identità locali o la dominazione venuta da fuori? I Saraceni fondarono un emirato a Catanzaro, hanno lasciato al dialetto e alla lingua italiana tutta parole entrate nel dizionario, approcci, persino abitudini alimentari: le popolazioni locali non si fecero né stravolgere, né fermare.

Certo, all’indipendenza si paga un prezzo e dall’indipendenza un prezzo si ottiene: arabi, francesi, o spagnoli che fossero, reprimevano quando si sentivano minacciati e poi concedevano autonomie quando l’intensità del conflitto costringeva al dialogo, al compromesso, alla ricerca di soluzioni radicalmente nuove anche sul piano giuridico- amministrativo. Le migliori culture economiche e legali non hanno timore dello spostamento proprio perché sanno fornire linguaggi contemporanei a radici non negoziate. Catanzaro, per almeno tre secoli, fu regina dei damaschi e dei velluti: questo primato venne attivamente garantito dalla mobilità dei suoi artigiani e dalla continua costanza qualitativa delle produzioni che restavano sul territorio.

Un dinamismo del genere si protrasse imperterrito e indifferente ai mutamenti giuridico-istituzionali che pure caratterizzano l’Italia meridionale dal XVI al XIX secolo, anche quando le corone regnanti non mutavano di segno. Nel XIX secolo, inoltre, pure grazie all’opera del presbitero e poeta Orazio Lupis, il liceo reale di Catanzaro aggiunse corsi di medicina e giurisprudenza, segnando un’inesausta eredità culturale che arriva ai giorni nostri. Anzi, se un rimprovero viene formulato dagli storici alle classi dirigenti liberali e illuministe del XIX secolo, esso consiste nel loro avere presentito il mutamento dei tempi, senza però portarlo sin da subito a rottura col regno borbonico – che per parte propria non lesinava repressione nei confronti degli spiriti liberi, poi parimenti marginalizzati dalle nuove istituzioni regie unitarie.

Catanzaro, viepiù, terra di una celebrata scuola di economia che anticipa temi di riformismo economico-sociale poi al centro del dibattito di tutta la prima metà del secolo successivo. Insomma, percorrere a ritroso le tappe e gli incontri che formano una tradizione territoriale quale sia è non solo efficace invito a non avere paura, ma proficuo insegnamento per i giorni nostri. Lo studio non è mai vacuo perché produce costantemente cose buone quando viene indirizzato a fini puntuali, se del caso positivamente ambiziosi. È quando si smette di studiare che subentra la paralisi: una paralisi che fa paura a chi la causa e a chi la subisce.

*docente docente di “Diritto e Religioni” e “Storia delle Religioni”