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L’INTERVISTA – Università e classifiche, il pensiero di Corposanto

Quello che non bisogna dimenticare è che non misurano la qualità della didattica erogata, non misura la qualità e la bravura dei docenti che vi insegnano, non misura la qualità scientifica della ricerca, non misura lo sbocco lavorativo dopo la laurea, ma è legata sostanzialmente, in particolare quella del Censis, a un discorso di erogazione di borse di studio


Dopo le classifiche del Censis sulle Università e dell’Invalsi sugli studenti, quale valore dare alle graduatorie di qualità?

Ne abbiamo parlato con Cleto Corposanto, direttore del corso di laurea in sociologia  dell’Umg

 

È in corso, patrocinato dai corsi di laurea di Sociologia dell’Università di Catanzaro e di Economia dell’Orientale di Napoli, un interessante esperimento di Summer School , dedicato al Sud inserito nei circuiti politici, economici e sociali dell’Unione Europea. I temi sono diversi, e gli studenti, selezionati da ambedue i corsi di laurea, una sessantina in tutto, condividono in una settimana esperienze, progetti, suggestioni, e saperi. Mercoledì mattina il tema è sembrato particolarmente accattivante e attraente, anche per chi non coltiva ambizioni sociologiche o econometriche. Due relazioni, una dopo l’altra, hanno messo l’accento – naturalmente programmate in tempi non sospetti – sulle classifiche di qualità. Della vita, degli studi, delle Università, come ne appaiono tante sulle pagine dei giornali e nei report degli istituti di ricerca. Quanto ci si deve fidare? Ci sono o non ci sono problemi nelle misurazioni? Quali fonti sono disponibili per la misurazione della qualità? La prima relazione era affidata a Cleto Corposanto, direttore del corso di laurea in sociologia dell’Umg.

Professore Corposanto, la sua relazione oggi alla Summer School si è occupata di un tema abbastanza curioso: “Perché Crotone è sempre ultima nelle classifiche della qualità della vita”. Già, perché?

«La mia era chiaramente una provocazione perché Crotone può essere Benevento, Ragusa, Foggia, Brindisi, Vibo, una qualunque città quasi sempre e quasi solo del Sud, e di determinato numero di abitanti. Il discorso che ho voluto svolgere era questo: le graduatorie sono tutte un po’ aleatorie, sono curiose e ci stimolano la curiosità, ma sono lontanissime dall’essere una cosa scientifica. Quindi dal punto di vista del significato valoriale non sono “vere”. Perché chi si occupa di queste cose sa, cambiando a volte due soli indicatori una situazione, una città, un’università, una provincia, una regione, guadagna o perde 10 posti in classifica all’improvviso. Basta spostare il peso di uno degli indicatori da un posto all’altro e un’università per esempio passa dal 200° posto nel mondo all’87°».

Ecco, professore, è successo pochi giorni fa con la classifica del Censis sulle Università che ha fatto discutere e storcere il naso a qualcuno. L’Umg al penultimo posto.

«Quella graduatoria era esattamente, al pari di tutte le altre di cui ho parlato stamattina (quella del Sole 24ore sulla qualità della vita, l’Invalsi sul grado di preparazione degli studenti delle superiori, ndr), tra le tante possibili. Quello che non bisogna dimenticare è che non misurano la qualità della didattica erogata, non misura la qualità e la bravura dei docenti che vi insegnano, non misura la qualità scientifica della ricerca, non misura lo sbocco lavorativo dopo la laurea, ma è legata sostanzialmente, in particolare quella del Censis, a un discorso di erogazione di borse di studio, che tra l’altro non dipendono neanche dalle Università, in fin dei conti, dipendono dalle Regioni. È una delle tante graduatorie, l’ho guardata con un sorriso ma non mi preoccupa più di tanto dal punto di vista scientifico».

È quindi una questione di indicatori, di parametri. Per esempio, se si commisurasse la validità degli Atenei con le Summer School, l’UMG sarebbe ai primi posti…

«Ecco, per esempio se oggi la graduatorie delle Università che a luglio hanno fatto una Summer School congiunta con un altro Ateneo, oggi ci vedrebbe al primo posto. Noi l’abbiamo fatta con l’Orientale di Napoli e gli altri non l’han fatta. Vedete, è facile fare le graduatorie pro domo propria, insomma».

Ma qualcuno ha parlato di scivolamento verso l’insignificanza dell’Umg: ha senso, in base alle classifiche, o anche in base all’accreditamento delle scuole di specializzazione?

«Sono due discorsi diversi. Il non accreditamento è fatto secondo parametri ministeriali. Non sono così addentro perché non conosco le ragioni ultime del non accreditamento parziale. Credo che dipenda a loro volta da questioni che esulano dalla valenza scientifica pura dell’Accademia, perché sono legate al numero di interventi che si fanno, e allora anche lì capite che non dipende semplicemente dall’impegno e dalla qualità che l’Ateneo impiega per fare le cose, ma dipende una volta dal numero di interventi che si fanno, una volta dal numero di borse che eroga la Regione, c’è insomma come è giusto che sia, una compartecipazione dei vari attori sociali che gravitano in una zona. Quindi, tutti dobbiamo sforzarci di migliorare la situazione, ma guardiamo  alle graduatorie con una certa sufficienza, ché si va e si viene abbastanza facilmente. Non so se l’anno scorso o due anni fa l’UMG era al secondo o al primo posto. Non è che in un anno siamo diventati tutti brocchi. In un anno sono cambiati alcuni indicatori. Mi vien da dire: controlliamo che non ci sia un errore, perché esiste anche questa eventualità».

Oppure si potrebbe dire semplicemente che anche le statistiche e le graduatorie camminano sulle spalle degli uomini.

«Ma certo, il discorso è proprio questo. Il messaggio che ho voluto dare nel mio intervento agli studenti è: la statistica usiamola, ma non pensiamo che sia oggettiva. Non c’è nulla di oggettivo perché alle spalle c’è sempre una scelta umana, la scelta di occuparsi di alcuni indicatori piuttosto che di  altri. È la scelta che fanno alcune persone e produce affetti totalmente diversi. Quindi non prendiamole come oro colato».

 

Lello Nisticò