Dopo Virgilio Piccari c’è un secondo candidato alla direzione: è il docente di Fotografia, Antonio Cilurzo. Lo abbiamo intervistato

“Priorità alla sede. Poi, ma non secondariamente, la trasparenza nella gestione del personale. E, infine, il rapporto con il territorio”

Sono giorni cruciali per le sorti dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Il mandato di Vittorio Politano è in scadenza, e il direttore uscente ha già da tempo rinunciato alla ricandidatura. Domani decorrono i termini per la presentazione delle candidature. Le elezioni si svolgeranno il 15 e 16 settembre, possibilmente in presenza, qualora lo consentano sicurezza e tutela della salute, altrimenti con voto elettronico secondo modalità già stabilite. Nel caso di mancata elezione, si andrà in seconda votazione il 3 ottobre. L’eventuale ballottaggio si svolgerà il 15 ottobre 2020. I prossimi tre anni, pertanto, ed eventualmente i successivi tre, subiranno l’impronta di una nuova direzione, alla quale si conosceva sino a oggi l’interesse di un solo candidato, l’architetto Virgilio Piccari, da anni docente all’Aba di Catania, dove è titolare del corso di Metodologia della Progettazione. In segreteria, proprio ieri, è però arrivato un altro plico di prenotazione per l’elezione all’importante carica: è quello di Antonio Cilurzo, ordinario di Fotografia all’Aba di Catanzaro dove, in un arco più che trentennale, ha percorso tutte le tappe interne, prima da allievo e poi parte del corpo docente, fino alla vicedirezione dell’Accademia, ai tempi in cui al vertice didattico sedeva Rocco Pangaro. Cilurzo e Piccari si conoscono praticamente da sempre, sono amici, entrambi catanzaresi. Sarebbero pertanto esclusi in partenza parossistiche antipatie personali, così come inopinati colpi bassi, cornice alle narrazioni in simili circostanze. Ciononostante, Cilurzo ci terrebbe tanto, per orgoglio e spirito di servizio, a dirigere l’istituzione nella quale ha studiato e dove attualmente insegna, e di cui conosce ogni angolo materiale e ogni profilo personale. Questa è la motivazione empatica. Quella razionale la dice lui stesso:

“É importante che la direzione dell’Accademia sia assegnata a persone che vivono e hanno vissuto il territorio, come si conviene a ogni istituzione di alta formazione artistica e culturale. Il mio programma è un po’ fuori dagli schemi abituali. Nessun proclama, nessuna enfasi su quanto di solito si declina al futuro. L’Accademia è in un momento emergenziale, dovuto a diversi fattori. Primo problema, la sede. Quando era direttore Pangaro, avevamo già preso in considerazione l’Educandato quale possibile soluzione all’annoso problema della sede definitiva. Abbiamo anche affrontato e svolto studi di fattibilità. All’epoca abbiamo invitato anche il direttore generale dell’Afam, che da Roma è venuto per un sopralluogo. Insieme ci siamo resi conto che lo spazio lì era insufficiente. Non si capisce bene perché successivamente si sia avallata la scelta di quell’edificio. Il direttore attuale non ha colpe, in questo senso. Anche lui si è trovato con la situazione già definita, e tutti dobbiamo sopportare questo lascito, e non possiamo neanche prendercela con il Comune che ha fatto in fondo il suo dovere, utilizzando i fondi, proponendo e assegnando l’immobile”.

Siamo in un vicolo cieco, professore Cilurzo?

“L’ho scritto nel programma. Tutti sogniamo l’Accademia nel centro storico. Beninteso, in un luogo adatto allo svolgimento di tutte le attività didattiche. Se questo non è possibile, si abbia il coraggio di procedere a un acquisto con i fondi ministeriali che pure esistono, con mutui trentennali, prendendo in considerazione anche immobili allocati fuori dal perimetro del centro”.

Di quanto spazio ha bisogno l’Accademia?

“Paradossalmente, dove eravamo e dove ancora stiamo con un piede dentro e l’altro fuori, cioè all’Einaudi di Mater Domini, lo spazio è sufficiente, con tutti i difetti di quell’immobile, che non è una perla di architettura. Però, chi come me ha vissuto tutte le traversie di sede, da Viale De Filippis all’Istituto Stella, e poi al Carbone e all’Einaudi, può comprendere che in quest’ultima le dimensioni e gli spazi erano in fondo adeguati. Lo dico tanto per avere un’idea delle dimensioni e delle possibilità”.

Questa della sede è una priorità. Le cronache però ci spingono a considerare altro, meno infrastrutturale e più gestionale.

“Sì, comprendo a cosa si riferisce. Occorre mettere al punto l’ordinario. Ci sono vicende giudiziarie in corso, e non voglio entrare nel merito, naturalmente. Ad altri queste funzioni e questo compito. Non voglio tra l’altro usare il termine legalità come necessità. Piuttosto auspico trasparenza. Quando in una comunità abbastanza ristretta, come quella del corpo docente e non dell’Accademia, ritroviamo una ricorrenza di cognomi e nuclei familiari, non solo uno ma più, non può trattarsi di mera coincidenza. Senza atti eroici, chiunque sarà direttore, deve passare molto tempo dei tre anni a disposizione a mettere a posto queste situazioni. Senza coercizioni, ma seguendo leggi e applicando regole”.

Più in generale, candidato Cilurzo, quale è lo stato di salute dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro?

“Ho fatto un conteggio molto semplice. Dividendo gli iscritti per i docenti, escludendo i contratti esterni, quindi 250 diviso 50 virgola qualcosa, arriviamo a 4,6 studenti per professore. Detto così indicherebbe un ottimo rapporto docente/allievo. Ma certo implica un problema urgente di iscrizioni, che è anche paradossale in un’Accademia come quella di Catanzaro che non affatto di serie B. Anzi, ci troviamo dinanzi a una istituzione di grande qualità. Non lo dico per affezione o perché di parte, ma perché è un dato oggettivo che ci viene consegnato dalle competizioni alle quali partecipiamo, dove arriviamo sempre ai primi posti, anche in confronto ad Accademie blasonate con migliaia e migliaia di iscritti. Chiunque gestisce l’Accademia, deve porsi il problema dei risultati rispetto all’investimento iniziale, in termini di capitale finanziario e umano. Il discorso può sembrare aziendalistico, ma occorre saperne cogliere il lato positivo. Quindi: unire competenze, indirizzare obiettivi e scelte didattiche, avviare più stretti rapporti con il territorio. Dobbiamo essere vocati al territorio. Per esempio. Abbiamo un’eccellenza nelle produzioni artigianali di ceramiche nella vicina Squillace. Se abbiniamo questa sapienza tecnica artigiana alla ricerca applicativa del design, possiamo aspirare a una manifattura che dall’artigianato viri verso l’artistico. È un esempio circoscritto, ma rende bene l’idea degli orizzonti verso i quali muoversi”.