Coronavirus e fake news, Costa: “La disinformazione rischia di creare ancora più pericoli”

Una giovane laureata della Magna Graecia analizza il fenomeno sempre più crescente delle notizie non verificate che corrono in rete

di Adriana Costa*

Mai come in questo tragico momento connotato da una gravissima emergenza sanitaria e da un’imminente crisi economica la verità dovrebbe avere il privilegio di essere al centro dell’informazione.
Eppure sono tempi duri anche per il diritto all’informazione, che rischia di essere messo a repentaglio dal continuo circolare delle insidiose fake-news. Di queste ultime, se ne sente parlare sempre più spesso, le “false notizie” che circolando rapidamente rischiano di influenzare il nostro pensiero e quello degli altri.

Sì, perché le fake news, in un contesto così “liberalizzato” come è quello di internet, hanno la possibilità di circolare rapidamente imponendosi come un ostacolo al libero mercato delle idee e creando problematiche di varie entità: sociologiche-cognitive e tecniche. Le prime possono essere riassunte in due fenomeni “social cascade”, ossia la rapida diffusione a catena di notizie senza appurarne né la fonte né la veridicità ed i c.d. “group polarization” ossia la divulgazione e il rafforzamento di convinzioni all’interno di un gruppo omogeneo. I problemi tecnici riguardano invece la struttura dei social network. Questi riescono a raggiungere in maniera unilaterale milioni di utenti con la conseguenza di far diventare virale un numero esponenziale di notizie.
In questo particolare momento c’è da combattere un ulteriore male, la disinformazione che rischia di compromettere la giusta percezione dell’emergenza potendo creare scompensi non poco rilevanti, tanto che l’OMS ha chiesto aiuto alle grandi piattaforme per provare a contenere la diffusione delle notizie infondate.
A quanto pare anche il COVID-19 ha un nemico; molte sono le bufale che hanno colpito il virus, per citarne alcune: “Il coronavirus è stato creato da una “congrega” di miliardari che vogliono dare vita ad un nuovo ordine mondiale”; “Il coronavirus, nome in codice Wuhan-400, è un’arma batteriologica creata dalla Cina che realizza una “profezia” preannunciata in un libro del 1981”; “E’ un’arma sviluppata dagli Stati Uniti”; “La minestra d’aglio può farci guarire dal coronavirus”.
Queste sono alcune delle fake news che circolano a piede libero sui social network, da Facebook a Twitter, e seppure alcune di queste appaiono dotate di un certo grado di fantasia, altre invece riguardano anche statistiche, decessi, cure.
Ma quali sono le ragioni che permettono alle fake news di diffondersi così rapidamente?
Sicuramente internet appare come un sistema di informazione decentralizzato dove grazie alle condivisioni, ai like, agli hashtag è possibile far circolare sul web in pochissimo tempo migliaia di notizie creando una sorta di “informazione fai da te” mediante la quale gli utenti si informano generando una catena di “disinformazione” pressoché infinita, dal momento che internet è un sistema gestito da pochi (Google detiene a livello mondiale il 70-80% dell’informazione) e per lo più da algoritmi che riescono a raggiungere milioni di persone ed acquisire una legittimazione non sempre giustificata. Infine internet è una grande echo chamber, dove le informazioni circolano liberamente, generando confusione e non permettendo di distinguere il vero dal falso.
Eppure, nonostante internet sia un sistema insidioso e difficile da gestire e da controllare, ci sono dei piccoli rimedi che ognuno di noi può mettere in atto per provare a contenere questo fenomeno.
Lo storico tedesco Marc Bloch nel 1921 scriveva: ̋Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; essa solo apparentemente è fortuita o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l’incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro dell’immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento”. Questo pensiero ci serve per capire che le notizie, o meglio la percezione di queste, sono manipolate dalle nostre emozioni, dai nostri pregiudizi, dalle nostre convinzioni.
E allora non resta da affermare che i veri giudici del grande e dinamico processo dell’informazione siamo noi utenti, che leggiamo, navighiamo e valutiamo, e per tale motivo il primo passo da compiere per rompere la catena dell’informazione distorta è quello di valutare la fonte della notizia e solo dove questa sia veramente attendibile affidarsi e successivamente condividerla. Per riconoscere la veridicità di una fonte e di una notizia, si potrebbero confrontare, ad esempio, più fonti di informazione. Se invece, per errore, abbiamo condiviso un contenuto falso, dovremmo procedere al più presto alla sua rimozione.
Ma il rimedio più efficace risulta essere quello meno tecnico: il buon senso. Ognuno di noi dovrebbe essere consapevole che internet è un sistema di informazione dove tutto sfugge ad un rigido controllo, non ci sono né redattori, né controllori.

Internet è una “camera dell’eco” dove tutto rimbomba e corre ad un velocità non controllabile dall’uomo. E’ necessario arrivare ad un’alfabetizzazione mediatica, ossia ad una capacità dei singoli utenti di accedere ad internet comprendendone la struttura e i contenuti che vi circolano. Bisogna avere una metamorfosi, da utenti passivi – divorati dai like e dalle condivisioni – a utenti attivi, dotati di senso critico senza “cascare” nel complesso “makertplace of ideas” false. La disinformazione è un virus potentissimo che rischia di mettere a repentaglio le nostre vite, i nostri ideali, il nostro amatissimo art. 21 della Costituzione, e quindi bisogna al più presto ricorrere ai ripari, e forse il vaccino più adeguato in questo contesto, ma non solo, resta sempre la cultura accompagnata dalla giusta informazione.
*Dottoressa in Giurisprudenza.