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Giovambattista Agosto, l’avvocato, il professore, il maestro del pensiero

Il racconto di Franco Cimino che, dopo monsignor Cantisani, perde un'altra figura importante della sua vita

“I maestri, come i padri, non dovrebbero morire mai. Quando muoiono è sempre troppo presto. Quale che sia l’età in cui la morte di pugnalata li coglie non è mai quella giusta. Loro sono preparati, ché alla morte, come fine di tutto o nuovo inizio, ci pensano sempre. Senza paura. Con serenità e spirito d’accettazione. Sono i figli e i discepoli che non lo sono e che, pertanto, non accettano di perdere i padri e i maestri. E piangono come bambini anche se sono grandi, a volte loro stessi vecchi. Ché di un padre e di un maestro si ha bisogno. Sempre. Per sempre.

Venti anni fa avevo due padri, il mio e quello di Rosa Maria. Amati, ricambiato, allo stesso modo. Come da appuntamento superiore sono andati via l’uno a distanza dell’altro di soli due mesi e qualche giorno. È stato un dolore molto forte simile a quello che ho sentito, in seguito, alla scomparsa di mia mamma. Un dolore fisico al cuore, come un tessuto che si strappa in quel punto più delicato. “ E adesso chi mi parlerà di ciò che non so? Chi mi darà la mano nella difficoltà? Chi mi ricorderà dei miei primi passi e di quegli altri incerti con la mia manina stretta nella sua mano grandissima?” Sono state queste le domande che mi sono fatto. Mai sparite dal pensiero. Le stesse di chiunque abbia la mente ancorata alla sensibilità e alla memoria di sé.

In questi due mesi e qualche giorno io ho perso i miei due maestri, di vita e del “cuore-pensiero”. Due grandi amici, anche, i più belli tra i miei pochi veri. Del primo, mons Antonio Cantisani, ho più volte parlato e più forte ancora dirò. Del secondo ne scrivo ora dopo qualche giorno dalla sua scomparsa. Anche questa, per quel principio, improvvisa. Inattesa. Dolorosissima.

Anche questa mi riporta alle stringenti domande di settanta giorni fa. “ E adesso a chi domanderò delle cose che non so? A chi chiederò del miracolo della vita e del mistero della morte, dell’esistenza di Dio e dell’infinitezza umana? Chi interpellerò sul significato della Parola, sulla funzione delle parole e sull’altro mistero, questo già più accattivante, del pensiero come frutto del pensare e della loro incalcolabile estensione? E dei sentimenti e dell’Amore che li produce e sapientemente li distribuisce senza limiti di spazio e di tempo? E della Politica, nel suo significato più profondo, a chi chiederò se essa sia davvero lo strumento per realizzare la carità, da una parte, o i grandi principi ideali, dall’altra, quelli che hanno molto a che fare con la rivoluzione dei sogni e la ribellione per le utopie? E di me, delle mie deboli certezze e delle mie certe fragilità, delle mie paure meditate e del mio coraggio folle, della mia gioia di vivere e delle mie malinconie, delle mie idee e dei miei sogni, delle mie ambizioni e delle mie emozioni, della mia filosofia e della mia Politica, delle mie nostalgie e dei miei rimpianti, a chi parlerò sapendo di essere ascoltato e rispettato? Ecco, queste e altre domande ancora, mi sono balzate all’improvviso nella mente alla notizia della morte( improvvisa, inattesa, prematura…) dell’avvocato e professore Giovambattista Agosto, il pensatore delicato, l’uomo discreto e dai modi espressivi fini ed eleganti, il giurista serio e raffinato, la persona buona, educata, semplice e umile, di certo assai civile.

Preziosa energia per questa società che ha smarrito i suoi maggiori punti di riferimento ideali e morali. e per strada anche i maestri e i padri? Nella Basilica dei suoi funerali c’era tanta gente. In essa moltissimi avvocati, intervenuti di certo per lui e non solo per la stima nei confronti del valentissimo suo figlio Vincenzo, pure lui avvocato. Mi dispiace di non aver potuto prendere la parola, che ho educatamente trattenuto per la certezza, delusa, che l’Ordine lo ricordasse anche lì.

Avrei detto che quell’uomo grande, che riposava per il nuovo mondo che l’avrebbe atteso, non è stato soltanto un avvocato di valore, ma anche un professore immenso. Per quarant’anni ha diviso la sua intelligenza operosa e generosa tra queste due vocazioni, moltiplicando per ciascuna il tempo dell’intera sua giornata e trovando, al doppio, quello per la cura dei suoi affetti familiari. Un campione olimpionico dell’Amore. Di me, e per me, è stato, or sono passati mille anni o un solo giorno, professore di Filosofia per un triennio intenso e fecondo.

La mia vita è già trascorsa per un tempo non breve, che spero continui ancora e nell’impegno di sempre. Non so, pertanto, quanto sia stata buona e fruttuosa per gli altri. Quelli a cui l’ho donata senza alcuna condizione o risparmio di energie. So, però, che se sono stato per oltre quarant’anni un buon docente, per altrettanti un buon educatore, per più di venti un buon padre, per tutti i miei anni dal suo incontro un buon cittadino, un buon figlio, un buon marito, un buon amico, un buon “ sentitore”, per grandissima parte lo devo a lui. Per quel principio di apprendimento per imitazione, il mio metodo di insegnamento(me ne accorgevo spesso in itinere e ai miei ragazzi lo dichiaravo), era molto simile al suo, con la differenza che il mio prof non perdeva mai la calma. Davvero mai, contesti più delicati e difficili compresi.

Me lo ricordo benissimo in quel vecchio edificio che ospitava la nostra scuola a Marina, che lui raggiungeva ogni giorno, senza mai saltarne uno, con la sua già vecchia cinquecento bianco “ sporco” in quanto colore sbiadito e auto non frequentemente lavata. Entrava in classe con eleganza e un buongiorno tenero e incoraggiante sotto quel sorriso appena accennato, anche sotto gli occhiali pesanti e dai vetri assai spessi . Chiunque, tra i suoi ragazzi, gli ponesse una propria difficoltà, la sua risposta immediata era : “ ma che problema c’è? tranquillo/a lo risolverai.” Al singolare, non al plurale, per sollecitare ciascun a confidare in se stessi oltre che per non prendersi meriti da prof che sapesse tutto.

E lo stesso metodo usava quando, non frequentemente e non per dispettosa sorpresa, faceva i colloqui di valutazione, dopo quelle sue pacate discorsive spiegazioni che entravano chiare anche nelle teste dei più pigri e dei più resistenti alla filosofia. Spiegava domandando e “ interrogava” domandando. Ecco la domanda, chiave di ogni conoscenza, motore di ogni ricerca, elettrizzazione del proprio pensiero e delle proprie emozioni. Quella insistente, lanciata come un ritornello o una provocazione incalzante, era: “ perché? “ E a seguire: “ perché questo è perché quest’altro e perché pensi questo…” Un domandare che arricchiva, mai sfiniva, con lo studente sempre protagonista. Sempre al centro del suo stesso divenire e della dialettica innestata sulla conoscenza, affinché progressivamente divenisse nuova. Da materia statica si trasformasse in energia dinamica, in ciascun ragazzo che si facesse conoscitore di quel filosofo e filosofo lui stesso.

Tutto questo ben di Dio, mentre lui, accanito fumatore di Nazionali senza filtro, per evitarle succhiava lentamente le caramelle charmes alla menta arrotolando, sempre lentamente, la carta trasparente e “ sonante” tra le mani. Negli anni successivi a quelle nostre aule e a quel mio tempo, io lo cercavo ogniqualvolta dovevo prendere decisioni “ vitali” per me. Specialmente, quelle della Politica. Mi riceveva, nella sera di fine lavoro, nel suo studio. “ Chì ti manca?”, era il suo incipit. Poi mi lasciava parlare senza interrompermi, ascoltandomi senza mai distogliere lo sguardo dai miei occhi. “ Tu cosa pensi di fare?” Era la seconda domanda. Alla mia risposta, la sua di rimando:” fai bene, è la scelta giusta.” E, poi, continuava con i suoi consigli, alcuni severi, che quella scelta rafforzavano, miglioravano e mai modificavano, mentre ti apriva gli occhi sui rischi che avrei incontrato e i pericoli che avrei dovuto evitare.

Ancora una volta e ogni successiva volta, il suo allievo al centro, la persona nel tempo cresciuta caricata di stima e di fiducia. E, poi, sempre la sollecitazione a restare onesto, a non farmi corrompere anche nel pensiero. E a restare libero pur nella fedeltà al mio credo. Ché la Politica è innanzitutto palestra di libertà e di autonomia, di purezza d’animo e finezza anche del proprio pensiero. E la militanza con cui essa prende parte, deve essere orientata alla ricerca del bene comune e al servizio delle libere istituzioni. È per questo suo coerente essere che io non ho mai saputo neppure per chi votasse. Sento tra le dita la fatica di questo articolo divenuto lungo. E mi fermo benché possa continuarlo ancora per un chilometro di tastiera. Ma prima non avrei potuto fermarlo o ridurlo di un solo concetto. Me ne scuso con i lettori, a cui credo di aver consegnato, per come ha potuto il mio cuore, il ritratto, pure incompleto, di una persona bellissima. Un maestro vero. Che dalla sua cattedra senza fine parla a tutti”.

Franco Cimino