Ferrigno: “16 maggio 2004, quella scalata al campionato non è irripetibile”

Il capitano di allora, soprannominato "sindaco", ricorda quel pomeriggio indimenticabile con 20.000 tifosi al seguito dei giallorossi

Ascoli Piceno, sedici anni fa come oggi: l’esodo dei ventimila al “Del Duca”, il trionfo della banda Braglia sul campo e poi l’esplosione – bella, forte – di gioia giallorossa da nord a sud. L’ultimo vero sorriso per il Catanzaro che in quel pomeriggio di sedici anni fa – contro il Chieti, in campo neutro – si aggiudicava al fotofinish il duello per il titolo con il Crotone, si congedava capolista dalla C e tornava ad abbracciare la cadetteria. Ricordi indelebili. Che soprattutto oggi, con le aquile nuovamente impelagate nella terza serie e i campionati bloccati per l’emergenza Covid-19, ritornano e quasi cullano. «Ricordi memorabili», come li definisce Fabrizio Ferrigno, capitano di quell’ultima battaglia in terra marchigiana che alle aquile regalò la B.

«IMPOSSIBILE DIMENTICARE» – «Generalmente dimentico tutto in fretta – dice, sorridendo ancora al nomignolo di “Sindaco” affibbiatogli proprio a Catanzaro – Ma non quel giorno, non quell’annata. Uno dei giorni calcisticamente più belli della mia vita – aggiunge – il cui ricordo, anche oggi, a tanti anni di distanza, mi emoziona. Ascoli era invasa dai tifosi, i pullman i colonna sull’autostrada nemmeno si contavano. E in tutti noi c’era una tensione e un’emozione mai provata: quando l’arbitro ha fischiato è stato davvero incredibile». Come anche il ritorno a casa, con «la scorta di bandiere fino al “Ceravolo”» o la festa in città, subito dopo la vittoria di quel campionato. «Con la tifoseria si era creata una simbiosi totale – dice Ferrigno – noi eravamo loro e loro erano noi: ci accompagnavano, ci sostenevano, li sentivamo sempre dalla nostra parte». E di riflesso anche lo spogliatoio era diventato una pigna: «il gruppo era la nostra vera forza e grazie a ciò si riuscì nell’impresa».

LA STAGIONE DELL’IMPRESA – Già, l’impresa. Un cammino lungo e non sempre facile battuto però con decisione dalle aquile e chiuso nella maniera migliore, tra gli applausi. «Fu un’annata fantastica – sottolinea Ferrigno – tra sali scendi continui, rincorse ed allunghi. Nel momento topico uscimmo come gladiatori perdendo solo una partita – a Martina Franca – nelle ultime dieci ed andando a rullo compressore anche su campi difficili. Era diventato normale vincere per noi: merito del gruppo ma anche del nostro condottiero Braglia, che resta ancora tra i migliori, di Logiudice, che fece un grosso lavoro, e di Improta, sempre al nostro fianco. Eravamo una famiglia, cosa che poi non si riuscì ad essere l’anno successivo in B». Perché dopo quel trionfo, indubbiamente, qualcosa si sfaldò tra una squadra «costruita senza capo né coda, come un vestito senza persona dentro» ed una società «che fece il passo più lungo della gamba».

«RIPETERSI NON E’ IMPOSSIBILE» – Riviverle quelle emozioni è la scommessa del futuro. «Logiudice c’è già, bisogna richiamare Braglia e mettere me e Corona in campo – scherza Ferrigno – Seguo sempre il Catanzaro e mi ha fatto piacere rivedere una società seria e passionale alle spalle. E’ questa la base da cui ripartire, provando magari ad eliminare i troppi infortuni che hanno minato e condizionato in negativo le ultime stagioni. Non credo che la scalata di quel sedici maggio 2004 sia irrepetibile – conclude il “Sindaco” – Si può creare sempre qualcosa di più bello, con gli uomini giusti e la giusta unità di intenti». Diciassette anni dopo? chissà.