Morte Fabrizio Ferrigno, il ricordo di Ivano Pastore: ‘Un capitano vero’

L’ex difensore sul compagno scomparso: «Era un leader, lo seguivamo tutti. Sindaco? Avrebbe fatto bene anche quello». Nel pomeriggio, a Tremestieri Etneo, officiate le esequie

«Fabrizio? Un capitano vero, un amico speciale». Voce rotta dall’emozione, parole che escono lente, spinte con sforzo evidente. Dall’altro capo del telefono Ivano Pastore prova a raccogliere un po’ di ricordi sull’ex compagno che non c’è più, vinto ieri dalla malattia e che già manca non solo nell’ambiente Catanzaro. E’ il primo pomeriggio: più o meno negli stessi istanti in cui a Tremestieri Etneo, ad una manciata di chilometri da Catania, l’applauso della folla sul sagrato accoglie l’arrivo del feretro di Ferrigno. «Non avevamo mai smesso di sentirci – dice l’ex compagno in giallorosso Pastore – In una delle ultime telefonate lo avevo anche spronato a vincere presto la sua battaglia perché prima o poi avremmo dovuto lavorare insieme». C’era la speranza di farlo: di incrociare di nuovo, questa volta da dirigenti, le strade che si erano unite nella splendida avventura di Catanzaro. «Poi ieri è arrivata la telefonata di Gianni Prete – vecchio procuratore di entrambi – e la notizia è stata un pugno nello stomaco».

«RICORDO QUELLA VOLTA CHE…» – «Era sofferente, si percepiva nell’ultimo periodo, ma non ha mai fatto nulla per mostrarlo – sottolinea Pastore – Un atteggiamento che si è portato dal campo, quando anche se stanco e sulle gambe chiedeva palla come fosse fresco al primo minuto». Così era il vecchio numero otto con la fascia al braccio: uno abituato a dare tutto sia in campo che fuori, «che sorrideva alla vita e le correva incontro come una sgroppata con il pallone». «Litigavamo sempre – ricorda l’ex difensore, stemperando un po’ il tono con il sorriso – lo facevamo anche in partita e gli avversari che ci vedevano non capivano come fosse possibile. Si dicevano: “questi sono pazzi, sono primi e quasi si menano”. Ma eravamo fatti così e lui era il leader che parlava poco ma veniva seguito da tutti. Una volta – ricorda – giocavamo in casa: toccava a noi battere il calcio d’inizio e gli attaccanti passarono dietro la palla ad Ascoli che non era mancino e per questo aprì sulla destra. Fabrizio dal lato opposto si sbracciò e cominciò ad imprecare perché voleva subito la palla. Erano passati solo cinque secondi e fu automatico per tutti farci una grossa risata e ricordarglielo».

«AVREBBE FATTO BENE ANCHE IL SINDACO» – Legame forte quello tra il capitano e lo spogliatoio: «era uno di poche parole, un carismatico che mai e poi mai sarebbe rimasto nervoso per due giorni consecutivi» dice Pastore. Altrettanto forte quello con la piazza che oltre ad osannarlo capitano lo aveva già eletto a plebiscito “sindaco”. «Ne era orgoglioso, Fabrizio – ricorda l’ex compagno – E sono certo che in fondo se la sarebbe cavata bene anche da primo cittadino. Il soprannome era l’emblema del suo rapporto con la città – aggiunge – se dove è passato ed è stato amato uno come Palanca riesci ad entrare così nel cuore della gente vuol dire che qualcosa di buono lo hai fatto, al di là del lato sportivo». Così è, senza dubbio. Rimane il ricordo: bello ed importante come quel gol alla Sambenedettese.