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Daniele Masala: la storia del pentatleta, campione mondiale e olimpico

Una carriera agonistica cominciata con il nuoto e conclusasi con il Pentathlon nelle Fiamme Oro...

Una carriera agonistica cominciata con il nuoto e conclusasi con il Pentathlon nelle Fiamme Oro, quella di Daniele Masala. Il pentatleta, campione mondiale e olimpico, oggi insegna Scienze Motorie all’Università Magna Grecia di Catanzaro ed è molto attento alle tematiche che riguardano i giovani e lo sport; e di fatto l’ateneo catanzarese ha da poco attivato una partnership con l’Associazione Benemerita riconosciuta dal CONI “Comitato Italiano Sport contro Droga” (CISCoD) su un progetto che riguarda lo sport come deterrente nell’uso di sostanze stupefacenti per i ragazzi.

In questo particolare periodo di pandemia, con l’attività sportiva che è venuta meno, quali sono state le conseguenze per i più giovani? «È ancora presto per dare una valutazione definitiva. La cosa certa è che l’ipocinesia provocata dall’immobilismo forzato a causa della pandemia ha causato molti danni che sono ascrivibili non soltanto al fisico (con effetti che vanno dall’aumento di peso corporeo all’astenia muscolare, alle problematiche cardiocircolatorie al diabete ecc.), ma direi anche a livello psicologico. I giovani che non danno sfogo alle proprie energie rischiano di trovare soddisfazione in altre direzioni difficilmente prevedibili. Ne sono prova i raduni delle centinaia di adolescenti e non solo che si sono assembrati per le piazze di alcune grandi città per scontrarsi fisicamente, con tutte le conseguenze del caso».

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La droga rimane ancora una piaga, purtroppo. Come combatterla? «Su questo argomento non esiste la panacea di tutti i mali. Se così fosse si sarebbe già debellato il fenomeno. Possiamo solo combattere tutti giorni con programmi che vanno dalle cure alla prevenzione. È proprio quest’ultima che è il leitmotiv del CISCoD con il motto “prevenire è meglio di curare”. Ecco che noi tutti ci impegniamo ad andare nelle scuole di secondo grado per spiegare che fare sport è meglio che drogarsi, sotto tutti i profili: salutare, sociale, ludico, fisico e di comunicazione. Il lavoro però è improbo e non basta mai, anche in considerazione dei milioni di adolescenti a cui dobbiamo fare riferimento».

Perché ha scelto di diventare uno sportivo? «Per rispondere a questa domanda, faccio un esempio: se Daniele fosse nato ai giorni d’oggi, probabilmente lo avrebbero messo sotto calmanti. Infatti ero, come tanti ragazzi, un iperattivo che aveva bisogno di sfogarsi. Ecco un altro motivo per sviluppare lo sport fra i giovani. Prima, poi, c’era la strada che riusciva a colmare le necessità. Oggi questo non è più possibile e le famiglie devono trovare un riferimento strutturato (piscine, palestre, campi d’atletica o di calcio, ecc.). quindi per rispondere alla sua domanda dico che è stato mio padre che ha avuto un’intuizione geniale – parliamo degli anni Sessanta – e per darmi un regime di autocontrollo mi ha portato ai centri di nuoto del CONI. Da lì il passo è stato breve e dopo 9 anni di nuoto agonistico, sono passato al pentathlon moderno».

Qual è stata l’esperienza che lo ha emozionato di più e perché? «Io sono stato un uomo molto fortunato perché nelle mie molte vite (!) ho avuto modo di sperimentare e sperimentarmi in tante diverse direzioni lavorative, con grande soddisfazione. Indubbiamente lo sport ha dato un’impronta indelebile alla mia vita. Per questo direi che le esperienze avute come atleta di vertice sono assolutamente incomparabili con altre situazioni. Mi permetta però di affermare che la migliore vittoria è quella che ancora deve venire, gettando, così, il cuore oltre l’ostacolo e dando un senso alle cose che ancora devono venire … sempre».

Essere un atleta quanto ha contato nella sua vita? «Credo fermamente che quello che sono oggi, nel bene e nel male, sia il frutto della mia passata esperienza da atleta, ma direi meglio se affermassi di uomo di sport. Non sarei me stesso e non riesco ad immaginarmi diverso, se avessi intrapreso altre strade; quindi, dico che sono stato definitivamente condizionato (spero nel bene) dalla mia scelta di diventare un atleta».

Cosa si sente di consigliare ai giovani, sportivi e non? «Dare consigli è lo sport preferito dai cosiddetti “saggi” o presunti tali. Io non mi sento di dare consigli ma esorto tutti (nessuno escluso, neanche per età, salute, colore della pelle, preferenze sessuali o confessionali o capienza delle proprie tasche) a praticare dello sport. Il che non significa allenarsi per vincere un’Olimpiade, bensì attivarsi per stare bene in salute fisica e mentale. Agli agonisti invece ricordo che lo sport ha un’emivita relativa, che debbono divertirsi sempre e farlo con il sorriso sulle labbra, pensando, purtroppo, che l’anagrafe è impietosa e li costringerà a lasciare presto. Comunque mi sento di affermare, di gridare con forza W lo sport!».