AI e ingegneria genetica, Luisa Infante: più potere sulla vita significa più responsabilità verso la vita
Il pensiero della'apprezzata giurista, bioeticista e filantropa che vive a Catanzaro è che è reduce dalla partecipazione alla prima edizione di Ai4PIECE
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Si è svolta a Roma, dal 20 al 22 settembre, la prima edizione di AI4PEACE 2026, il Global Biennial Symposium & International Conference on Artificial Intelligence for Peace. Un appuntamento interdisciplinare dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale, pace, diritti umani e governance delle tecnologie emergenti, con l’obiettivo di promuovere una riflessione internazionale su come orientare l’intelligenza artificiale verso la pace, la giustizia e la tutela della dignità umana.
In questo contesto si è inserito l’intervento di Luisa Infante, apprezzata giurista, bioeticista e filantropa, dedicato a un tema particolarmente delicato: l’incontro tra intelligenza artificiale e genome editing, una delle più avanzate frontiere dell’ingegneria genetica.
Una scelta non casuale.
Perché se l’IA può contribuire a comprendere il genoma, formulare previsioni e orientare strategie di intervento, la questione non è più soltanto che cosa la tecnologia sia in grado di fare, ma soprattutto come l’umanità debba governare ciò che la tecnologia rende possibile.
Ed è proprio da questa domanda che prende forma una riflessione che collega intelligenza artificiale, genetica, bioetica, diritto e pace.
Professoressa, perché portare il tema del genoma all’interno di AI4PEACE?
“L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più profondamente nella biologia e nella genetica. Può analizzare enormi quantità di dati molecolari, individuare correlazioni, formulare previsioni e contribuire ad orientare strategie di intervento sul genoma. Il genome editing, a sua volta, ha trasformato il genoma da oggetto di osservazione in possibile oggetto di modificazione.
L’incontro tra queste tecnologie ci pone quindi davanti a una questione che non è più soltanto scientifica. L’IA è uno strumento. Il problema è ciò che l’essere umano può fare attraverso questo strumento”.
La sua riflessione parte quindi dalla responsabilità?
“Sì. Più aumenta la nostra capacità tecnica di intervenire sulla vita, più deve aumentare la nostra capacità di assumerci la responsabilità delle conseguenze. L’intelligenza artificiale non è un soggetto morale o giuridico. Non può essere considerata responsabile al posto dell’essere umano. Ma può entrare nel processo attraverso il quale una decisione viene costruita. E questo cambia profondamente il problema giuridico”.
È qui che introduce il concetto di “responsabilità bio-algoritmica”.
“Esatto. Quando una decisione relativa al genoma nasce dall’interazione tra ricercatore, istituzione scientifica, sviluppatore dell’algoritmo, dati e modelli predittivi, la responsabilità non può più essere letta soltanto come il risultato di una singola scelta individuale. Propongo quindi di parlare di “responsabilità bio-algoritmica” come categoria interpretativa. Non significa attribuire una responsabilità all’algoritmo. Significa rendere più chiara la responsabilità di tutti gli attori coinvolti nel processo. Lo sviluppatore deve rispondere dell’affidabilità del sistema e della qualità dei dati; l’utilizzatore deve mantenere capacità critica; le istituzioni devono formulare regole, garantire controllo per assicurare tutela dei diritti”.
Quanto conta, in questo scenario, la trasparenza dell’algoritmo?
“Conta moltissimo. Se un algoritmo contribuisce a suggerire una strategia di intervento sul genoma, dobbiamo poter comprendere, per quanto possibile, su quali dati si fonda, quali criteri utilizza e quali sono i suoi limiti. La trasparenza non è quindi soltanto un requisito tecnico. Può diventare una condizione della legittimità della decisione. Dove l’algoritmo è opaco, infatti, diventa più difficile verificare, contestare e attribuire responsabilità. E una decisione sulla vita non può essere affidata esclusivamente a una probabilità che nessuno è in grado di interpretare”.
Nel suo intervento ha parlato anche di genetic divide. Cos’è?
“L’accesso alle tecnologie avanzate è profondamente diseguale. Oggi parliamo soprattutto di digital divide. Ma dobbiamo chiederci cosa potrebbe accadere quando le disuguaglianze nell’accesso alle tecnologie genetiche diventassero anche disuguaglianze nella capacità di intervenire sulla biologia umana. Il rischio futuro è che il divario tecnologico si trasformi in un divario biologico.
La sfida non sarà soltanto controllare il potere di modificare la vita, ma evitare che questo potere diventi il privilegio di pochi”.
Da qui il tema della sovranità genomica e del genoma come patrimonio comune dell’umanità.
“Il genoma appartiene alla storia biologica di ciascun individuo, ma riguarda anche la storia della specie umana e il futuro delle generazioni. Parlare di patrimonio comune dell’umanità non significa trasformare il genoma in una proprietà collettiva: significa riconoscere una responsabilità collettiva.
Se una tecnologia può incidere su un patrimonio biologico condiviso, la sua governance non può essere esclusivamente nazionale”.
E infatti lei propone un organismo internazionale di governance e monitoraggio.
“Sì. Propongo, sotto l’egida di un’organizzazione internazionale riconosciuta, un organismo capace di coordinare principi comuni, promuovere standard condivisi di giustizia biologica e monitorare l’utilizzo dell’IA nel genome editing. Non dovrebbe sostituire gli Stati, né le autorità nazionali competenti. Dovrebbe creare uno spazio di cooperazione, coordinamento e monitoraggio internazionale. È una proposta ambiziosa, ma credo che la dimensione globale delle tecnologie richieda anche una nuova capacità di immaginare la governance”.
E arriviamo così al concetto di “pace biologica globale”, che è forse il punto più originale della sua proposta.
“Se la pace è tradizionalmente associata all’assenza di guerra, all’equilibrio tra gli Stati e alla tutela dei diritti umani, dobbiamo iniziare a considerare anche la sua dimensione biologica.
“Pace biologica globale” significa prevenire che le nuove capacità di intervenire sulla vita producano nuove forme di disuguaglianza, frammentazione o conflitto.
Significa promuovere equità nell’accesso alle biotecnologie, prevenire le disuguaglianze genetiche e garantire responsabilità nell’innovazione. Non può esserci piena pace senza giustizia biologica”.
Il suo messaggio, quindi, non è contro la tecnologia.
“Assolutamente no. La tecnologia non deve essere fermata. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento straordinario per comprendere la complessità biologica, con la finalità di aiutare nella diagnosi e cura delle malattie umane, proteggendo la biodiversità e promovendo in tal modo la salute della persona. La questione è un’altra: come mantenere la tecnologia al servizio della dignità umana? Il vero progresso non consiste soltanto nel sapere che cosa siamo capaci di fare. Consiste nel sapere come, perché e per chi dobbiamo farlo, mettendo sempre al centro l’uomo”.
Se dovesse riassumere in una sola frase il messaggio portato ad AI4PEACE?
“Direi questo: Più potere sulla vita significa più responsabilità verso la vita. E questa responsabilità non può fermarsi al livello individuale o nazionale. Deve diventare globale. Perché proteggere il genoma umano come patrimonio comune significa preservare l’unità della famiglia umana e contribuire alla costruzione di una nuova idea di pace: la “pace biologica globale”.



